Il caso Roggero e una giustizia trasformata in tifo: abbiamo perso il senso dell’equilibrio?

Oltre il “con lui o contro di lui”: quando slogan e appartenenze prendono il posto del confronto

Il caso Roggero, ormai, dice forse molto più di noi e del nostro modo di discutere che della vicenda giudiziaria in sé.

Ogni volta che emerge un caso complesso e divisivo, il dibattito pubblico sembra ridursi inevitabilmente a una scelta obbligata: o con lui o contro di lui, o destra o sinistra, o legalità o umanità.

Come se fosse diventato impossibile tenere insieme più riflessioni.

Come se riconoscere la complessità significasse necessariamente non avere una posizione.

Comprendere una vittima non significa mettere in discussione il diritto

Si può comprendere il dramma di chi subisce una rapina violenta, la paura vissuta in quei momenti e le conseguenze che un’esperienza del genere può lasciare.

E contemporaneamente si può continuare a sostenere un principio fondamentale dello Stato di diritto: le sentenze si discutono e si valutano sulla base delle norme e dei fatti accertati nelle sedi competenti.

Le due cose non sono incompatibili.

Allo stesso modo, si può ritenere che alcune leggi siano inadeguate o che debbano essere modificate senza per questo delegittimare chi, fino a quando quelle norme restano in vigore, è chiamato ad applicarle.

È esattamente qui che dovrebbe intervenire la politica: discutere le regole e, quando necessario, cambiarle attraverso gli strumenti democratici.

Quando il dibattito diventa una tifoseria

Quello che mi colpisce maggiormente del caso Roggero non è tanto la vicenda in sé, quanto il messaggio che sta emergendo dal dibattito che la circonda.

Un confronto sempre più emotivo, nel quale gli slogan sostituiscono gli argomenti e le tifoserie prendono progressivamente il posto delle opinioni.

Ogni posizione deve essere immediatamente classificata.

Ogni riflessione deve necessariamente appartenere a uno schieramento.

Ogni dubbio viene interpretato come una presa di posizione a favore dell’una o dell’altra parte.

Ma questioni complesse come giustizia, sicurezza e legittima difesa difficilmente possono essere affrontate attraverso categorie così semplici.

La giustizia non può diventare una partita da vincere

La giustizia è una materia troppo seria per essere trattata come una partita nella quale qualcuno deve necessariamente vincere e qualcun altro perdere.

Dietro ogni vicenda giudiziaria ci sono persone, vittime, famiglie, responsabilità e conseguenze reali.

Per questo il rispetto delle istituzioni, delle vittime, delle persone coinvolte e anche delle opinioni differenti dovrebbe venire prima della ricerca del consenso politico o della necessità di alimentare uno scontro.

Criticare una legge è legittimo.

Discutere una sentenza è legittimo.

Proporre una modifica normativa è compito della politica.

Trasformare tutto questo nell’ennesimo terreno di contrapposizione ideologica, invece, rischia soltanto di impoverire il confronto.

Abbiamo ancora la capacità di confrontarci?

Forse il vero problema che il caso Roggero porta ancora una volta davanti ai nostri occhi non riguarda soltanto la giustizia.

Riguarda il modo in cui abbiamo imparato a discutere.

Viviamo sempre più spesso un dibattito pubblico nel quale sembra necessario scegliere immediatamente una parte, mentre diventa sempre più difficile fermarsi, approfondire e riconoscere che due principi apparentemente contrapposti possano avere entrambi dignità.

Avere idee diverse non è un problema.

È il fondamento stesso di una società democratica.

Il problema nasce quando perdiamo la capacità di confrontarle senza trasformare ogni discussione in uno scontro.

Forse il vero problema non è avere idee diverse.

È aver perso l’abitudine di discuterne con equilibrio.